martedì 31 marzo 2026
Omnirica: contaminazioni artistiche della Casa degli Artisti
"Alla Casa degli Artisti" dialogano le creazioni di artisti nazionali ed internazionali in Omnirica
Si è aperta alla Casa degli artisti di Milano (Corso Garibaldi 89) la prima Open House di Omnirica, il nuovo programma di residenza per artisti 2026, attraverso il quale è possibile entrare in relazione con opere che offrono un ampio panorama estetico: dalle arti visive a quelle acustiche e performative, dalla pittura alla fotografia, dai video agli allestimenti.
Il programma di Omnirica proseguirà per tutto il 2026, alternando momenti di produzione e momenti di esposizione. La risposta all’open call che vede la partecipazione di artisti provenienti dal territorio nazionale e internazionale prevede il compimento del primo ciclo di ricerca. Infatti, fino al 2 aprile gli spazi sono sede di esposizione, luoghi di allestimento in cui le esplorazioni e le indagini messe in atto dai protagonisti di questa esperienza si fondono con la quotidianità del territorio, sino a ripensarla, contagiando i visitatori con effetti multisensoriali in un percorso in cui incontrare anche il non-umano.
In questo contesto si vive più che mai l’affermazione del significato dell’arte che le è proprio: arte come confine verso l’ignoto, porta che nel rimanere sempre aperta al divenire proietta un occhio sempre al futuro.
Entrando nella casa inizialmente si noteranno le opere di Sofia Guzzo in “Invisible Cities”, artista straniera visiva, che ha preparato immagini video sulla natura, colta in una lenta apparizione, in relazione con lavori riprodotti su materiali concreti e suggestivi, realizzati con l’aiuto della macchina fotografica. Concetti come quelli legati alla contemplazione e alla manipolazione mediatica si contrappongono ripensando alla vita contemporanea delle metropoli, in cui le immagini fanno da padrone nella quotidianità.
«Mi sono trasferita dalla Russia tre anni fa, sono una specie di immigrata politica – racconta Sofia - Qui in residenza ho cercato di esplorare immagini visive legate all'idea di movimento… nel momento in cui abbiamo così tante immagini sui social media ogni giorno, è molto difficile concentrarsi. Giocando con queste immagini sfocate presentate, cerco di attirare lo spettatore». Ed inoltre afferma: «Per me è importante cercare un modo per comunicare direttamente, perché penso che oggi sia molto difficile interagire veramente con lo spettatore».
Frasi scorrono tra le immagini per rendere chi osserva partecipe anche psicologicamente ed emotivamente di ciò sta guardando: un invito a costruire qualcosa.
Tra l’immagine e se stessi si instaura così un rapporto metacognitivo che rende il soggetto attivo esploratore, non ricettacolo passivo; altrimenti, la pena diviene l’inconscia sottomissione al reale. Un’eco della filosofia eraclitea in cui si legge che la maggioranza degli umani rispecchia la categoria dei “dormienti”, i quali vivono nell’illusione d’esistere, contrariamente a quella minoranza che lui chiama “gli svegli”.
Proseguendo il percorso nella casa si noteranno le opere di El-Gato Chimney in “SUMI-e”: grandi pitture in bianco e nero, realizzate con l’inchiostro che s’ispirano alla tradizione giapponese degli emachimono e del sumi-e e meditano sulla Urban Art, (a cura di Christian Gangitano). Per ognuno di essi l’artista lombardo ha utilizzato sia carte che inchiostri differenti e si è servito della tecnica giapponese, che vede come mezzi di produzione grandi pennelli, i medesimi utilizzati dai monaci. Inoltre, si deve considerare che questa residenza gli ha permesso di avere uno spazio adeguato per realizzare lavori di queste dimensioni. Il visitatore s’imbatterà, quindi, in una serie di ritratti di figure animali gigantesche, che portano in sé una propria simbologia: gatti, ragni, rane, parti di essi o una rigida coltre di topi vivaci. Il trittico riprende i pannelli delle case giapponesi che chiudendosi o aprendosi, di volta in volta, danno un carattere differente all’ambiente, da atmosfere di socialità a quelle di intimità. Protagonista è un gatto che l’artista ci descrive, nel suo significato iconografico giapponese: «Secondo me nell'immaginario giapponese è uno degli animali che sicuramente ha più fattezze; è proprio il classico animale trasformista come del resto la volpe; è una figura cioè che si trasforma e assume vari aspetti, soprattutto quello umano. Quando si trasformano è difficile per l'uomo riconoscerli; l’unico modo è o tramite lo specchio e il riflesso oppure tramite l'ombra, capaci di svelarne l’essenza».
Ed ancora entrando nel dettaglio ci racconta: «Nelle varie storie loro ovviamente quando si trasformano in umani cercano di eliminare tutte le superfici riflettenti, però ovviamente di notte si ha bisogno di luce e quindi siccome nel periodo Edo in Giappone le lampade erano d'olio e l'olio era di pesce… tante volte non resistevano nell'andare dentro la lampada a leccare il liquido. Ed allora quando si vedeva l'ombra della testa dentro, si notava come essa prendesse la sua vera forma, ovvero di gatto. Poi, possono diventare anche giganti o estremamente cattivi… ma non è questo il caso… sembra, invece, che stia per partire, che stia per cacciare…». El Gato Chimney infatti ci ricorda che questo pezzo è quello che si avvicina maggiormente alla simbologia giapponese. Formati come questi venivano utilizzati come fondali scenografici nel teatro kabuki. Il gatto veniva utilizzato su di essi per creare illusoriamente l’idea che potesse irrompere all’improvviso nella casa. «Cosi, Io l’ho messo qui - racconta l’artista sorridendo - perché mi piaceva l’idea che entrasse dentro la composizione».
Posizionata nella stessa area della casa, s’incontrano le opere interattive della circense Clara Storti che con le sue performance ha reso maggiormente significative in un dialogo aperto con lo spazio pubblico circostante, uscendo di fatto dalla residenza per incuriosire i passanti.
In un’altra area della casa si possono ammirare le opere di Sara Passerini in “Unbounded”.
Sara ha indagato attraverso ricerche incrociate il paesaggio antropizzato, in cui l’improvviso incontro tra animali selvatici e uomini nello spazio urbano viene descritto tramite video amatoriali: lo sguardo reciproco di sorpresa per l’avvenuto incontro, visto negli occhi degli animali rappresentati, ci riporta a dialogare con la parte selvatica della nostra natura.
Roxy Ceron in “Liminal Zone” fa calare gli ospiti in un’atmosfera contemporanea con il suo progetto audiovisivo e le sue opere digitali, materiche e luminose. La comunicazione di una materia riflettente lucentezza si fonde alla dimensione sonora, mentre immagini cinematografiche si sintonizzano su un territorio avanguardistico.
In una stanza svestita il più possibile di elementi materici si trova l’installazione sonora di Julia Castellucci in “Singing Bicicletta". «L'idea è nata in modo del tutto spontaneo mentre ero seduta nel mio studio alla Casa degli Artisti durante la mia residenza. Sulla porta d'ingresso del mio studio c'era scritto "Atelier Hidetoshi Nagasawa", e questo è stato il primo segnale che mi ha spinto ad approfondire la sua figura e la storia che si cela dietro di essa. Credo che tutto sia connesso e che ogni incontro, diretto o indiretto, porti con sé uno scopo nascosto, che possiamo riconoscere o meno… – racconta l’artista - Ho contattato suo figlio, Yoma, ponendogli alcune domande. Mi ha raccontato che suo padre aveva tenuto un diario di viaggio».
Dedicato proprio al noto artista originario della Manciuria, Hidetoshi Nagasawa, il lavoro di Julia si concretizza racchiudendo in un sentiero sonoro la trama della musicalità nel quotidiano che Nagasawa, nell’itinerario in bicicletta che dal Giappone lo condusse a Milano, in quella ricerca di un filo misterioso in grado di unire tutti i popoli, poteva aver ascoltato lungo la via. Ne è nato un diario sonoro che Julia ha ascoltato attraverso l’orecchio interno, da lei denominato “Terzo orecchio”. Attorno ad uno scheletro di bicicletta vibrante si snoda la composizione vocale dell’artista che, oltre a far riflettere, su una ricerca nel campo sonoro, crea un clima di meditazione e contemplazione acustica.
«Ho utilizzato un eccitatore a osso basato sulla tecnologia DML (Distributed Mode Loudspeaker) e una bicicletta senza ruote come asse di quest'opera... – descrive Julia - La trovo al contempo poetica e radicale: un pezzo di metallo a forma di bicicletta disteso sul pavimento, immobile, senza ruote, con le luci anteriori e posteriori accese... Da questo pezzo di metallo emerge un rumore, una voce umana, una canzone, come gesto di tracce di un'immaginaria traiettoria sonora...La bicicletta, per me, è un'allegoria della vita: in costante movimento e migrazione, come tutti noi, come le canzoni, come il vento, come la vita stessa, sempre in viaggio verso una destinazione sconosciuta».
La sua esplorazione in questo settore nasce dall’infanzia:
«Inizialmente, rimasi affascinata dalla sonorità e dal colore della voce di mia madre… – racconta l’artista - In seguito, rimasi affascinata dalla sonorità del canto polifonico delle canzoni tradizionali macedoni, che le mie nonne, zie e altri parenti cantavano con tanta naturalezza e armonia mentre preparavano i pasti, soprattutto quando cucinavano la specialità macedone chiamata ajvar. Quei suoni e quei profumi non mi abbandoneranno mai! Dopodiché, mi ritrovai rapita dalla sonorità del vento, dalla sonorità degli oggetti – semplicemente, rimasi incantata dalla sonorità della vita».
La sua indagine non si è mai interrotta ed ora i visitatori della Casa degli artisti hanno la possibilità di viverne l’evoluzione.
Ed ancora molto altro...
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